Umbria
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Strada del Vino Etrusco Romana

in provincia di Terni (comprendente le zone a denominazione d'origine controllata dell'Orvietano e dell'Amerino)




Lago di Corbara - Umbria Terra da vino, da sempre. La zona dell'Umbria che costeggia il Lazio è patria dei grandi bianchi (dall'Orvieto all'Orvieto classico) e dei rossi corposi (come il Lago di Corbara e il Rosso Orvietano). Ma anche della gastronomia genuina. Da gustare con la debita lentezza. Tanto è vero che proprio Orvieto è uno dei quattro centri (insieme con Greve in Chianti, Bra e Positano) promotori del movimento Cittaslow. Umbri, etruschi e romani hanno lasciato profondi segni nell'arte culinaria locale. Dal passato arrivano le minestre di farro e frumento, le carni cotte in tegame, i pasticci di fegatini, l'uso del miele nella preparazione di molti dolci. Tradizioni perpetuate nel corso dei secoli, quasi sempre legate a particolari ricorrenze nel corso dell'anno. Così a Natale si mangiava il cappone; a Pasqua l'agnello, i capocolli, le uova, la coratella; a Ferragosto la gallina e l'oca; e tagliatelle al sugo d'oca, assieme all'arrosto, erano d'obbligo per il pranzo che festeggiava la trebbiatura. In occasione della vendemmia, invece, si preparavano ciambelloni di vino e maritozzi, pane e biscotti ai mosto. Tutte specialità che sopravvivono nella cucina di queste zone. E che vale sicuramente la pena di provare. A 30 chilometri da Orvieto, alta sul monte Peglia, San Venanzo è la prima tappa di questo itinerario. L'antico borgo, di origine medievale, sorge su un terreno vulcanico, e nel territorio i geologi hanno scoperto una roccia unica nel suo genere: la venanzite, appunto, che risale a ben 265 mila anni fa. Un ulteriore richiamo per i turisti è rappresentato dalla frazione di Ospedaletto, a quota 800 metri, sede di una riserva faunistica che attira ogni anno migliaia di visitatori. Qui si trova anche il parco dei Sette Frati: un centro naturalistico attrezzato per spettacoli e picnic, che organizza visite guidate, laboratori didattici, seminari e stage di ricerca (per informazioni e prenotazioni: tel. 0763.837.056). Se San Venanzo è terra di vulcani, Fabro è famosa soprattutto per i tartufi. Tanto è vero che ogni anno, a metà novembre, ospita un'importante mostra-mercato dedicata a questi preziosi tuberi. E una delle attività più diffuse tra gli abitanti è proprio la raccolta dei tartufi bianchi. Chiamata un tempo Castrum Fabri, la città ha nell'antico castello il suo elemento più spettacolare (anche se, per la verità, nel corso dei tempo ha subìto parecchi rimaneggiamenti). In questa zona dove le riserve naturali fanno a gara con le bellezze artistiche per contendersi le grazie dei turisti, anche Allerona ha le sue carte da giocare, Da una parte il parco di Villalba (con area attrezzata, laboratorio ambiente, sentieri segnalati) e la stupenda villa Cahen, in stile liberty, immersa nel verde del giardino demaniale Selva di Meana, Dall'altra gioielli architettonici come la chiesa settecentesca della Madonna dell'Acqua. Oltre ai resti delle antiche mura (con le due porte denominate "del Sole" e "della Luna") e all'area archeologica di Sant'Ansano. Ogni anno, nella terza domenica di maggio, si tiene una rappresentazione particolare: la festa di Sant'isidoro con la sfilata dei Pugnaloni, piccoli carri allegorici su cui vengono riprodotte, con il legno e l'argilla, scene di vita contadina. Al centro di ogni carro, è posto un ramo di pioppo ornato con nastri multicolori e con i prodotti della campagna.

Orvieto il Duomo Ed ecco, alta sulla rupe di tufo, Orvieto, conosciuta nel mondo, sin dall'antichità, per i suoi vini. Per raggiungerla, bisogna salire una strada a tornanti che si arrampica fino al piazzale da cui si accede all'interno delle mura. Di lì, prendendo il ripido corso Cavour, si approda nel cuore della città: la piazza del Duomo, con la spettacolare facciata che è un po' il simbolo del gotico in Italia. Lavorata come un merletto (non a caso, ai disegni della chiesa si sono sempre ispirate le ricamatrici del posto), impreziosita da mosaici e rilievi, è completata al centro da uno stupendo rosone trecentesco opera del l'Orcagna. All'interno, nel braccio destro del transetto, si apre la cappella di San Brizio. Sono concessi soltanto 15 minuti di tempo, per bearsi degli affreschi di Luca Signorelli da poco restaurati, con scene che rappresentano la predicazione dell'Anticristo, l'inferno, il paradiso, la separazione degli eletti e dei dannati. Un ciclo pittorico che, con il suo senso drammatico e la perfezione plastica dei nudi, è uno dei più importanti del Rinascimento. Nel braccio sinistro del transetto, invece, è esposto un tabernacolo di marmo che contiene una preziosa reliquia: il panno di lino macchiato del sangue stillato dall'ostia nel 1263, durante la messa celebrata da un prete boemo scettico sulla verità della transustanziazione (il famoso miracolo di Bolsena, raffigurato anche da Raffaello a Roma). Ma se nell'Umbria di Assisi, Spello e Todi i miracoli erano di ordine mistico, qui assumono quasi un carattere magico. Sarà perché in fondo le radici etrusche sono più vive che mai, in questa città appoggiata su uno sperone di tufo al cui interno corrono chilometri di cunicoli scavati nel corso dei secoli (per questo, spiegano gli abitanti, il terremoto ha risparmiato la città: perché appoggia su una sorta di gigantesca spugna, in grado di assorbire gli urti). Passato remoto e presente sono indissolubilmente legati. Tanto che ogni giorno vengono organizzate visite guidate lungo il dedalo di grotte e gallerie sotterranee che s'intersecano nel sottosuolo dell'antica Volsinií (per informazioni, rivolgersi all'ufficio turistico di piazza Duomo). E sono tante le case e le taverne che hanno la propria cantina scavata nel tufo. Qui, come in tutta l'Umbria, le enoteche offrono la possibilità di fare degustazioni abbinate a prodotti gastronomici tipici e di acquistare bottiglie di pregio. Una per tutte: la cosiddetta "muffa nobile", un passito da meditazione ottenuto da uve vendemmiate tardivamente a novembre, dopo che sono state colpite dalla Botrytis cinerea e dopo essere state esposte alle prime nebbie. Il cibo genuino e il vino generoso sono protagonisti poi di un'importante manifestazione che si tiene ogni autunno: "Orvieto con gusto". Si tratta di una serie di degustazioni organizzate lungo un percorso stabilito che si snoda per le vie cittadine. A ogni tappa corrisponde una specialità gastronomica, e alla fine dell'itinerario si sarà mangiato un menu completo.

Necropoli etrusca Orvieto Prima di lasciare Orvieto, per una full immersion nella sua atmosfera fate una sosta alla necropoli etrusca. Si trova lungo la strada che scende dalla rupe, un chilometro e mezzo fuori dalla città. Risale al IV secolo avanti Cristo, ed è particolarmente suggestivo entrare nelle tombe a camera costruite in blocchi di tufo. Sulle lastre di pietra che costituiscono gli architravi delle porte, si leggono ancora i nomi delle famiglie che possedevano i diversi lotti. Terra di capitani di ventura, Alviano è invece ricca di testimonianze del suo passato romano. Questo centro raggiunse l'apice dello splendore ai tempi del capitano di ventura Bartolomeo d'Alviano, il cui nome tra il '400 e il '500 era famoso in tutta Europa. E' a lui che si deve la ricostruzione e l'ampliamento dell'antico castello fortificato, devastato dalle scorrerie degli Amerini e dei Chiaravalle nel 1492. Nel 1654, la rocca venne acquistata per 265 mila scudi da donna Olimpia Maidalchini-Pamphili, cognata di Innocenzo X, rimasta nell'immaginario popolare per le leggende legate ai suoi costumi licenziosi. Oggi la rocca ospita il Museo della civiltà contadina, il Museo storico multimediale (o Museo dei capitani di ventura), il Centro d'informazione e documentazione del parco fluviale del Tevere e la sala di collegamento telematico con l'oasi di Alviano

Amelia Anche Amelia (l'antica Ameria) conserva testimonianze del suo passato romano, Ancora vivo nei resti delle terme, nelle cisterne e nei numerosi reperti esposti nel Museo archeologico. Il più famoso è senza dubbio la magnifica statua bronzea di Germanico. La città è circondata da possenti mura poligonali, costruite con grandi massi di pietra assemblati senza l'uso di malta: secondo una leggenda, furono erette dai Ciclopi. Qui trionfano i vini a denominazione d'origine controllata dei Colli Amerini, dove ai vitigni tradizionali si affianca il Merlot. Tra i piatti a base di selvaggina ricordiamo, primi tra tutti, i palombacci all'amerina (piccioni selvatici cotti allo spiedo e conditi con una salsa particolare) e la polenta con il cinghiale. Tra i dolci, il più famoso è il tortiglione, una sorta di grosso biscotto arrotolato a spirale, preparato con frutta secca, zucchero e uova. Ogni donna del posto ha la sua ricetta, che tiene gelosamente segreta. Infine: Narni. Affacciata sopra un colle coperto di ulivi, domina con la sua rocca trecentesca la gola del fiume Nera. Molti i monumenti da non mancare. A cominciare dal palazzo del Podestà (formato da tre edifici del XIII secolo e rimaneggiato nel '500), nella cui sala del Consiglio è conservata una pala con l'Incoronazione della Vergine del Ghirlandaio.


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