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Vini dell'Umbria - Storia del vino

LA PIACEVOLE STORIA DEL VINO La storia del vino si perde nella notte dei tempi. La Bibbia fa risalire a Noè la cultura della vite. Dopo quaranta giorni e quaranta notti di pioggia continua, Noè potè aprire le porte dell'Arca, liberò le povere bestie, che aveva raccolto prima del diluvio per ordine supremo, e se ne andò con la moglie ed i tre figli Sem, Cam e Jafet, a coltivare la terra e a procreare, obbedendo ai divini comandamenti. Dice la Bibbia che piantò alberi da frutto, fece germogliare le sementi e costruì una vigna. Un giorno, quando il frutto della vite fu maturo ed i grappoli profumavano al sole, egli li colse e li pigiò con le mani in un vaso, ottenendone un succo invitante. Quel liquido di amabile sapore gli comunicava una giovanile euforia.

Si ritirò, allora, all'ombra di un grosso albero fronzuto per godersi in pace la bella bevuta. Passò il figlio Cam, di ritorno dai campi, e, vedendo il padre dormire scomposto e scoperto, lo derise davanti ai fratelli. Noè maledì il figlio che gli aveva mancato di rispetto ed invocò, invece, la benedizione di Dio sugli altri due figli che lo avevano coperto. Noè continuò a coltivare la vite e a bere l'ottimo succo dei suoi frutti. La mitologia egiziana, quella indiana e quella ellenica attribuiscono la scoperta della vite e del vino al Dio dell'Agricoltura: Osiride in Egitto, Some in India, Dioniso in Grecia. La scoperta era proprio un dono divino e come tale potenziale apportatore di benessere. Il succo dell'uva tenuto nei primi rudimentali recipienti fermentò spontaneamente. Il vino, dunque, ha accompagnato l'uomo nelle tappe del suo storico divenire.

Reperti fossili, risalenti all'epoca terziaria, cioè ad oltre un milione di anni fa, stanno ad attestare che già a quell'epoca la vite cresceva in Europa. In Sicilia, quattromila anni fa, usavano come contenitori del vino, vasi a forma di clessidra, alcuni dei quali sono stati rinvenuti pressoché intatti. La vite ed il vino sono stati solennemente celebrati nelle opere letterarie greche, poiché si considerava il vino un dono speciale delle divinità. Si narra che Dioniso, figlio di Zeus, un giorno d'estate, si fosse ritirato in una grotta per riposarsi. Alzando gli occhi, vide una vite colma di grappoli e di chicchi rigonfi. Li prese e li pigiò dentro una ciotola. Bevve il liquido ottenuto gustandone il sapore gratificante. Capì che la terra gli aveva donato una bevanda straordinaria che chiamò «vino». Ninfe e satiri bevvero con lui quel nettare nuovissimo. Dioniso salì su un carro con Sileno, il vecchio satiro che lo aveva allevato, e si mise in cammino per far conoscere il vino alle contrade della Grecia e da lì si inoltrò in Egitto e in India.

Gli antichi Greci non solo conobbero il vino come bevanda dissetante, ma lo elevarono anche ad un alto grado di sacralità, facendone uso specialmente nelle funzioni religiose, nelle feste e nei momenti importanti della vita. Molto prima della fondazione di Roma, la cultura della vite era stata diffusa dagli Etruschi nell'Italia centro-settentrionale. Nell'antica Roma, Dioniso fu accolto nel Pantheon, il suo nome fu mutato in Bacco e venne sempre invocato nei momenti più salienti della maturazione dell'uva. Gli antichi romani erano considerati i maggiori esperti nel campo dell'agricoltura. I legionari romani importarono la vite nella Gallia, nella Penisola Iberica e nella Britannia Meridionale. Per il Cristianesimo il vino divenne simbolo di vita ed il rito della Messa salvò, durante il periodo del Medioevo, la cultura della vite che si era andata totalmente estinguendo, con la caduta dell'Impero Romano e la discesa dei barbari. Benedettini e Cistercensi rimpiantarono i vigneti e tra di loro si possono annoverare i primi enologi.

Il monachesimo portò la coltivazione della vite ai massimi livelli produttivi e, non solo in Italia, i frati si occuparono di questa importante coltivazione, ma essa si estese soprattutto in Francia ed in Germania. San Benedetto da Norcia dettò una regola particolare, completamente al di fuori della stretta osservanza monastica e, cioè, ordinò che il vino venisse ammesso in tavola ad ogni pasto, e non solo durante la celebrazione della Messa, molto moderatamente, come una delle basi dell'alimentazione umana. La coltivazione della vite diventa una fonte di reddito, sia pure modesto, che può sopperire alla povertà del monastero. Essa è posta sotto il diretto controllo del «praepositus pri-mus», cioè il religioso di grado più alto dopo l'Abate. Più tardi il vino acquista una funzione determinante nell'accostamento con il cibo, poiché i grandi testi di gastronomia, che vengono editi dopo l'invenzione della stampa a caratteri mobili, arrivata in Italia nel 1471, offrono consigli per unire in armonioso connubio ciò che si mangia con ciò che si beve. Dal secolo XIII al secolo XIV nascono i più grandi poeti e scrittori della letteratura italiana, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, che ebbero grandi parole di lode per il vino, onorandolo anche nelle loro opere.

Si dice che il nome del paese di Bertinoro, nelle Marche, sia stato così determinato da Dante, quando, nel suo peregrinare forzato, gli fu offerto un bicchiere di vino di quella zona dentro un «nappo» di stagno, allora molto di moda. Il famoso esule, sorseggiandolo con molto gusto, si dice che abbia esclamato «oh vino, sei così buono che bisognerebbe berti in oro». Nella Divina Commedia ricorda il dorato vino toscano in una terzina del Purgatorio: — «... e perché meno ammiri la parola / guarda il calor del sol che si fa vino / giunto all'umor che dalla vita cola» (canto XXV - vv. 76-78). Francesco Petrarca, dolcissimo cantore di Laura, si dice non fosse portato alle grandi bevute e neppure al piacere di gustare intensamente un bicchiere di buon vino, ma la casetta vicino Padova era rallegrata da una vigna che girava intorno al pergolato, dove fiorivano le rose ed il rosmarino. Aveva una salute precaria che lo costringeva a bere un po' di vino «... solamente per rifocillare le forze, senza eccitarle soverchio...» Giovanni Boccaccio, da buon toscano, beveva di gusto il vino che definiva «l'allegro compagno della vita».

Più tardi nel Rinascimento, Lorenzo il Magnifico canta l'amore, il vino e le donne. Noto è il suo famoso carme «II trionfo di Bacco e Arianna», inno al Carnevale, incentrato sulla figura mitologica di Bacco, Dio del vino e della danza frenetica. «Quant'è bella giovinezza, / che si fugge tuttavia! / Chi vuoi esser lieto, sia / di doman non v'è certezza./ Questo è Bacco e Arianna belli, e l'un de l'altro ardenti: / perché il tempo fugge e inganna / Sempre insieme e son contenti. /(...)

II giuoco del còttabo presso gli Etruschi II Còttabo era una sottile asta metallica alta circa 6 piedi (metri 1,80), che eretta su base propria, veniva posta al termine dei banchetti in mezzo alla Sala. A metà dell'altezza dell'asta vi era, in posizione orizzontale, un piattello o disco che serviva a bilanciare il peso. Sulla sommità dell'asta vi era una figurina di bronzo, sul capo della quale, veniva posto, in bilico, un altro piccolo disco. I banchettanti, in posizione semisdraiata su dei letti, uno alla volta, lanciavano il vino, contenuto in una piccola coppa infilata ad un dito, in modo da colpire, col getto parabolico del liquido, il dischetto mobile e farlo cadere dal sostegno provvisorio.

Se il disco cadeva scivolando lungo l'asta del Còttabo andava a colpire il piattello fisso a metà dell'asta, provocando un acuto suono argentino. Alla riuscita del gioco erano legati gli auspici di ciascun convitato e del suo futuro specialmente amoroso. Si ritiene il gioco originario della Sicilia e di là introdotto in Grecia ed in Etruria. Molti sono i Còttabi di bronzo rinvenuti in Etruria tra suppellettili sepolcrali. Alcuni si trovano nel Museo Etrusco Romano di Perugia.

I vigneti umbri Gli Etruschi abitavano questa terra sin dall'antichità, occupando la sponda destra del Tevere; su quella sinistra, invece, viveva il popolo degli umbri. Nel 395 a.C. i Romani si imposero su Umbri, Etruschi, Galli e Sanniti, prendendo possesso della regione. Dopo la sconfitta del console Flaminio sul Lago Trasimeno ad opera dei Cartaginesi di Annibale, Perugia offrì rifugio alle truppe romane in ritirata e Spoleto si oppose ai nemici. Alla caduta dell'Impero Romano queste terre subirono gli assedi e le devastazioni barbariche, soprattutto le città situate sulla strada di Roma, per la loro importanza strategica. I Longobardi crearono il potente ducato di Spoleto. L'età comunale fu un momento di grande splendore per l'Umbria, nonostante le rivalità e le continue lotte tra i vari comuni. In quest'epoca troviamo figure di condottieri leggen-dari come il Gattamelata, Braccio da Montone, Niccolo Piccinino. Dal 1540 fino alla fine del '700 la regione fu sotto il dominio dello Stato della Chiesa. Durante la dominazione napoleonica divenne il dipartimento del Trasimeno sino al 1860, quando l'Umbria fu annessa al Regno d'Italia. Per quanto riguarda la viticoltura, i primi cenni storici derivano da Plinio il Vecchio, nella sua opera enciclopedica, «Naturalis Historia». Reperti archtplogici come anfore vinarie, vasche o patene fanno risalire indietro nel tempo all'epoca etrusca. Del resto la configurazione orografica, la natura dei terreni e le condizioni climatiche offrono alla vite un habitat ottimale. Ogni valle è ben protetta da gruppi montagnosi sparsi nel territorio e la piovosità è ben distribuita nel corso dell'anno. Normalmente le precipitazioni sono abbondanti durante i mesi freddi e le estati sono assolate senza, però, che i vigneti subiscano effetti devastanti dalle temperature eccessive e dalla siccità.